Aridosio, Cesare da parte, Lucido
- Aridosio
- Dove diavol troverò io questo sciagurato? io credo, che sarà ito in chiasso, con riverenzia parlando; oh povero Aridosio, guarda per chi tu ti affatichi, a chi tu cerchi di lasciar tanta roba: ad uno, che ti tradisca ogni dì, ogni ora ti dia nuove brighe, e che desideri più la morte tua che la propria vita.
- Cesare
- Ei ci è degli altri, che cercon questo medesimo.
- Aridosio
- Ma io me la porterò prima meco alla fossa, che lassargliene; meschino a me, che questa mattina ho pensato di crepare affatto: fra la fatica del venire a piè, che mi ha mezzo morto, e il dispiacer dell’animo, dubito di non mi ammalare, e tutto per causa di quel presso ch’io non dissi: ma che indugio io d’entrar in casa, e posar la borsa, che troppo mi pesa, e poi darmi alla cerca tanto, ch’io lo ritrovi per gastigarlo secondo ch’ei merita? ma voglio aprir l’uscio.
- Cesare
- Per Dio, ch’egli ha la borsa seco.
- Aridosio
- Ahimè, che vuol dir questo; sarebb’egli mai guasto il serrame? a voltar in qua, è peggio; ei par che sia messo il chiavistello di dentro; io so pur che Tiberio non ha la chiave, ma temo, che non ci sia più presto qualche ladro; bisogna un tratto che qua sien brigate.
- Lucido
- Chi è quel matto che tocca quella porta?
- Aridosio
- Perchè son io matto a toccar le cose mie?
- Lucido
- Aridosio, perdonatemi, voi siate per certo a toccarli; discostatevi.
- Aridosio
- Perchè vuoi tu ch’io mi discosti?
- Lucido
- S’avete cara la vita, discostatevi.
- Aridosio
- E perchè?
- Lucido
- Voi lo potreste vedere, se troppo vi badate intorno; discostatevi, dico.
- Aridosio
- Vuoi tu dir perchè?
- Lucido
- Perchè cotesta casa è tutta piena di diavoli.
(Lucido si spurga, e quei di casa fanno rumore).
- Aridosio
- Oimè, che sento? che cosa è questa? come piena di diavoli?
- Lucido
- Non gli avete sentiti?
- Aridosio
- Sì, ho.
- Lucido
- E sentirete dell’altre volte.
- Aridosio
- E chi l’ha indiavolata, Lucido?
- Lucido
- Questo non so io.
- Aridosio
- Ahimè, che mi ruberanno ciò ch’io v’ho.
- Lucido
- Se non rubano i ragnateli.
- Aridosio
- Vi son pur gli usci, le finestre e l’altre masserizie.
- Lucido
- Avete ragione, non mi ricordava di questo.
- Aridosio
- Me ne ricordav’io, che tocca a me.
- Cesare
- Ancor non intend’io questa matassa.
- Lucido
- Oh voi tremate; non abbiate paura, che non vi faranno altro male, se non che voi non potrete usar la casa vostra.
- Aridosio
- Questo ti par niente? e se gli andassero anche in villa?
- Lucido
- Bisognerebbe che avessi pazienza.
- Aridosio
- Bella discrezion la loro a tor la roba d’altri; almanco ne pagassen la pigione; ma per questa croce, che s’io dovessi metterci fuoco, ch’io ne gli vo’ cavare.
- Lucido
- Voi gli giunterete; non vi stann’eglino dentro per piacere.
- Aridosio
- Tu di’ anche il vero, e la casa arderebbe or ch’io ripenso; io gli vorrei pur ammazzare.
- Lucido
- Se vi sentono, vi faranno qualche malo scherzo; ei getton qui spesso tegoli, pietre e ciò che trovano.
- Aridosio
- Oh e’ mi debbon guastar tutta la casa?
- Lucido
- Pensate che non la racconciano; ecco un tegolo; discostiamoci, che noi non abbiam qualche sassata.
(Quei di casa gettan giù tegoli).
- Cesare
- Io comincio ad intender l’inganno.
- Aridosio
- Oh Lucido, io ho la gran paura.
- Lucido
- E voi avete ragione.
- Aridosio
- Posson eglino trar qui?
- Lucido
- Messer no.
- Aridosio
- Quant’è che cominciò questa maledizione, ch’io non ho mai saputo niente?
- Lucido
- Non lo so, ma due notti sono, ch’io ci passai, che faceano un rumore, che parea che rovinassero allora il cielo.
- Aridosio
- Non dir tanto, che mi fai paura.
- Lucido
- Certe volte dicon questi vicini, che suonano e che cantano, ma più la notte, e la maggior parte del tempo si stanno quieti.
- Cesare
- Questa è la più bella cosa ch’io vedessi mai.
- Aridosio
- Come ho io a fare? non è bene mandarvi tanti, che gli ammazzin tutti?
- Lucido
- Parlate basso di simil cose.
- Aridosio
- Tu di’ il vero.
- Lucido
- E chi volete voi, che gli ammazzi? bisogna menar preti, frati, reliquie, e far comandar loro che se ne vadano.
- Aridosio
- Ed anderannosene?
- Lucido
- Risolutamente.
- Aridosio
- Vi potrian ritornare dell’altre volte.
- Lucido
- Cotesto sì.
- Aridosio
- Ed io non istarò a cotesto rischio, che ti prometto che come n’escano, subito la vo’ vendere, s’io la dovessi dar per manco due fiorini ch’ella non mi sta.
- Lucido
- L’avranno peggiorata più di venticinque li spiriti.
- Aridosio
- Oh Dio, non me lo ricordare, che mi s’agghiaccia il sangue; io non ho però mai fatto cosa, ch’io meriti questo, ma per i peccati di Tiberio m’intervien tutto; dov’è egli quel ribaldo?
- Lucido
- Voi lo tenete in villa, e domandatene me, che sto in Firenze.
- Aridosio
- Lo debbi ben sapere, che tu e Erminio me lo sviate.
- Lucido
- Guarda a quel che costui sta a pensare; par ch’egli abbia la casa piena d’angeli, non di diavoli.
- Aridosio
- Pensa, pensa, che i mali portamenti di Tiberio mi fan crepar il cuore. Oimè, Lucido, di grazia non ti discostar da me.
(Lucido si spurga ed elle fanno rumore).
- Lucido
- Oh voi non dovreste volermi appresso, che vi svio il figliuolo.
- Aridosio
- Egli è un modo di dire; so ben, che s’ei non volesse, non lo svierebbe persona; ma a cosa a cosa; ch’io voglio prima cavarmi questi diavoli di casa, e poi faremo conto insieme: adesso me ne voglio andar a casa Marcantonio, e consigliarmi quel ch’io debba fare, ma che facc’io della borsa?
- Lucido
- Che dite voi di borsa?
- Aridosio
- Nulla, nulla.
- Lucido
- Egli è forse là in casa quella borsa, dove avete due mila ducati.
- Aridosio
- E dove ho io due mila ducati? due mila fiaschi! hai trovato l’uomo che abbia due mila ducati: ma avviati, Lucido, che io verrò a bell’agio.
- Cesare
- Vedi se niega d’aver denari, l’avarone.
- Lucido
- Venite pure a vostra comodità , che non m’incresce l’aspettare.
- Aridosio
- Va pure nelle faccende tue, Lucido.
- Lucido
- Per mia fè, ch’io non ho che fare.
- Aridosio
- Io sono impacciato. Vattene, Lucido, ch’io starò un pezzo.
- Lucido
- Io me n’andrò, poichè voi volete esser solo. Io ho paura che questo vecchio non ci voglia far qualche tradimento; ma io so pure che non è da tanto; me ne voglio andare a trovare Erminio, e farlo morire delle risa.
- Aridosio
- Mi voglio ritirare in qua or che io son solo; o Dio! io son pur disgraziato: potevami egli accadere cosa peggiore, che aver la casa piena di diavoli, a causa ch’io non potessi riporre questi denari? che ho io mai a far di questa borsa? Se io la porto meco, e che Marcantonio la vegga, io son rovinato, e dove la posso io lassare, ch’ella non mi stia a pericolo?
- Cesare
- Questa potrebbe essere la mia ventura.
- Aridosio
- Ma di poi che nessuno mi vede, sarà meglio che io la metta qua giù in questo fondo sotto questa lastra, dove altre volte l’ho messa, e fidatamente sempre ce l’ho ritrovata: o fogna dabbene, quanto ti son io obbligato!
- Cesare
- Obbligato le sarò io, se ve la metti.
- Aridosio
- Ma se la fosse trovata, una volta paga per sempre: e se io la porto anche meco, non va ella a pericolo d’esser rubata, vedutami? al certo, che è quasi quel medesimo; perchè come si sa, che un mio pari abbia ducati, subito gli è fatto disegno addosso.
- Cesare
- Nella fogna sta meglio.
- Aridosio
- Che maladetti siate voi, diavoli, che non mi lassate por la borsa in casa mia. Ma meschino a me se mi sentono! Che farò? Di qua e di là son duri partiti: pure è meglio nasconderla, e dappoi che la sorte dell’altre volte me l’ha salvata, me la salverà anco adesso: ma non ti lassar trovare, borsa mia, anima mia, speranza mia.
- Cesare
- Diavol, che ce la metta mai più.
- Aridosio
- Che farò? orsù mettiamla; ma prima mi voglio guardare molto ben da torno di qua e di là : oh Dio, mi par che sino ai sassi abbian gli occhi da vedermi, e la lingua da ridirlo. Fogna, io mi ti raccomando. Or su mettiamla giù col nome di San Cresci. In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum.
- Cesare
- Ell’è tanto gran cosa, ch’io non la credo, s’io non la tocco.
- Aridosio
- Adesso vo’ vedere se ei ci pare niente; niente affè: ma se qualcuno ci avesse a picchiare sopra; gli verrebbe forse voglia di vedere ciò che sotto ci fosse; bisogna che io ci dia spesso di volta, e che io non ci lasci fermar persona; adesso voglio andar dov’io aveva detto, e trovare qualche espediente, per cavar coloro di casa; me n’andrò di qua, ch’io non voglio passar loro appresso.
- Cesare
- Questa è pur gran cosa, e se io non sogno, che mi par pur di essere desto; questo è quel dì che ha a por fine alle mie miserie; ma che aspetto? che qualcuno venga qui ad impedirmi; voglio anch’io veder s’io son visto; e da chi? o Fogna Santa, che mi fai felice: oh guarda, s’io ho trovato altro, che un fungo. Voi state pur meglio in mia mano: e forse ch’io gli ho a sciorre della moneta; tutti d’oro sono. Oh fortuna, questa è troppo gran mutazione, perchè dove io era disperato di aver mai a veder Cassandra mia, in un punto me l’hai data in mano; ma per farli maggior dispetto voglio rimettere nella borsa dei sassi, acciocch’ella gli paia piena fin che ei non la tocca, e raccorciar che non ci paia niente: o Dio! perchè non ho io un capestro da metterci dentro; ma non mi vo’ lassar vincer d’allegrezza, perchè dicono, ch’egli è: così prudenza sapere sopportare una felicità come una avversità , bench’io sia certo di non aver mai aver la maggiore, che se ben un altro di dieci mila n’avessi trovati, non mi varrebbero quanto questi; ma ecco non so chi; non vo’ che mi veda qua; ogni cosa sta bene, e non ci par niente.